Argomenti sbagliati per tesi giuste. Argomenti giusti per tesi sbagliate.

la catastrofeQuello che è successo è una catastrofe per la sinistra.
Ma perchè è una catastrofe? Nietzsche diceva che difendere una tesi giusta con argomenti sbagliati è il modo migliore per nuocerle. E paradossalmente ora non solo avviene questo, ma anche l’opposto, ovvero che si impieghino argomenti giusti in linea di principio, che però diventano sbagliati se calati nella situazione presente.

In che senso? Si sono affermate grosso modo due linee di pensiero sulla valutazione dei fatti:

1) Il PD avrebbe dovuto votare Rodotà, per la carica di “rinnovamento” di cui il candiato era espressione e per permettere in seguito un accordo con il Movimento 5 Stelle. Secondo questo punto di vista bene si è fatto a silurare Marini, percepito come un candidato non rispondente a tale bisogno di rinnovamento. Da questo punto di vista l’elezione di Napolitano rappresenta un arroccamento delle vecchie classi dirigenti e il governo con Berlusconi costituisce un “tradimento” nei confronti dell’elettorato la cui volontà era “mai con Berlusconi”. L’alleanza esplicita viene considerata inaccettabile moralmente, ancor prima che politicamente. Per questo scaturisce un movimento di protesta nella base che vuole essere espressione del fatto che i militanti del partito non si sentono più rappresentati dai dirigenti.

A questa lettura se ne contrappone un’altra:

2) L’intero modo di pensare sopra descritto manifesta subalternità culturale nei confronti del grillismo. Rodotà non poteva essere proposto in quanto (oltre a non avere i numeri) sarebbe stato un cedimento esplicito nei confronti del Movimento 5 Stelle. La bocciatura di Marini è stato un fatto gravissimo in quanto con essa è avvenuta una rottura della disciplina di partito. Essendo stato deciso a maggioranza quel candidato, il partito avrebbe dovuto sostenerlo, senza cedere agli umori della piazza. In generale, si rimprovera a coloro che sostengono la prima tesi un’incomprensione del concetto di rappresentanza politica e un cedimento alle suggestioni populistiche dei grillini. Rappresentante non è colui che deve farsi portavoce immediato degli umori della base, ma effettuare delle scelte di maggior respiro, che tengano conto di considerazioni politiche con non possono essere immediatamente evidenti a tutti e più in generale del bene del paese.

Entrambe le linee di pensiero hanno una loro legittimità e coerenza interna. Ma a mio avviso entrambe non colgono il punto, per motivi diversi. Ma per capire qual è il punto bisogna porsi una domanda che si situa più a monte, una domanda che sollecita risposte di una complessità a cui forse non siamo più abituati. La domanda è: che cos’è la sinistra? che cosa si prefigge? La mia impressione è che da molto tempo nessuno si ponga davvero questa domanda.

Solo se si ha chiara una risposta di massima a questa domanda, e la risposta è condivisa, pur tra le differenze interne e le divergenze di interpretazione che inevitabilmente sorgono, ha senso parlare di un partito di sinistra. Solo a quel punto ha senso rivendicare l’unità d’azione del partito come intero. Questa condizione nel PD non è soddisfatta. Il cosidetto “partito aperto” non è un partito in questo senso, in quanto non si pone il compito di trasformare la società in base alla propria riflessione e alle proprie idee, ma semplicemente di rispecchiarla passivamente.

Molti (incluso il sottoscritto) hanno creduto che il tentativo di Bersani potesse costituire una sorta di rifondazione del PD, una sua trasformazione nella direzione di un partito vero e proprio. Così non è stato. Bisogna avere il coraggio, ora, di procedere ad un’analisi impietosa dei punti di debolezza. In molti hanno individuato questa debolezza in aspetti come la comunicazione. Certo difficoltà ci sono state, ma esse nascevano da un problema che si situava più a monte, un problema politico.

Non bisogna mai scordarsi, in primo luogo, della fase storica tutt’altro che ordinaria nella quale si è inserita la parabola di Bersani: la più grande crisi economica dalla seconda guerra mondiale, entro la quale si è inserita la crisi dell’Eurozona. Di questa crisi, entro il Partito Democratico si era sviluppata fin dal 2010 un’analisi (non condivisa peraltro da altre parti dello stesso partito) che era più avanzata della maggior parte delle altre analisi allora disponibili. Ora tutti sono contrari all’austerità, ma all’epoca dirlo sembrava una bestemmia. E su questa analisi si era costruita una grande prospettiva di cambiamento a livello non solo nazionale, ma europeo. Hollande, Bersani e poi i socialdemocratici tedeschi: il cambiamento di egemonia politica e una presa d’atto a livello culturale dei fallimenti dell’ideologia neoliberista avrebbero determinato un cambio di direzione nella gestione della crisi, che si sarebbe accompagnato ad un recupero delle idee della sinistra, con un rafforzamento dei poteri europei in una direzione autenticamente democratica, recuperando così a livello europeo quella capacità di incidere sui processi e di regolarli che era stata persa al livello nazionale, perchè di scala troppo ridotta rispetto alle dimensioni della globalizzazione.

Si trattava di una visione grandiosa, un ritorno della grande politica, posta per un trentennio in una posizione ancillare rispetto alla finanza. E si trattava di una visione che avrebbe permesso di liquidare d’un colpo tanti vizi della sinistra degli ultimi vent’anni: il moralismo, il provincialismo, lo stesso antiberlusconismo.

Ma era una visione che richiedeva moltissimo coraggio e sopratutto un’esatta coscienza diffusa della missione storica a cui si era chiamati. Questo coraggio e questa chiarezza ideale sono mancate. Con il sostegno al governo Monti, che poteva anche essere tatticamente compreso, ma che doveva durare di meno e doveva essere spiegato meglio. Con le primarie che hanno portato a ricadere in falsi dibattiti su un “rinnovamento” di persone ma non di idee. Con una campagna elettorale in cui il nemico è ritornato ad essere il vecchio, logoro Berlusconi. Bisogna scegliersi il proprio nemico. La sinistra aveva la possibilità di scegliersi un grande nemico, un nemico metafisico: il neoliberismo. Si è invece scelta un nemico da operetta.

Questo ci conduce alla sconfitta e all’affermazione di Grillo. Anche qui eravamo di fronte a un segnale, certo. Ma quel segnale si poteva interpretare in due modi. O nel modo più banale, come un voto “contro i partiti”, oppure come un voto contro la crisi, l’austerità e le misure del governo Monti dettate dall’Europa a guida tedesca, per l’affermazione di una diversa idea di Europa. L’idea di coinvolgere Grillo in un governo era l’idea giusta. Ma in questi casi ciò che conta, ancora prima delle alleanze, è il senso politico dell’alleanza. Paradossalmente persino un governo con Berlusconi sarebbe stato positivo se impostato su un programma di contestazione del fiscal compact e dei vincoli europei. Il voto è stato invece interpretato nel modo più semplice, segnando la vittoria di Grillo, prima di tutto sul piano ideologico.

Per questo Marini era la scelta sbagliata: non perchè esponente della “vecchia” politica, ma perchè caldo sostenitore dell’alleanza PD-Monti. E per questo richiamarsi alla fedeltà ad un partito che aveva smarrito la bussola ideale originaria era fuorviante. Il centralismo democratico, in mancanza di un’unità ideale diventa dittatura sulle minoranze.

Ed è per questo che la sinistra è in crisi. Ancora prima di essere in crisi di preferenze, il problema della sinistra è di non sapere chi è. Riscoprirlo è possibile ma richiede un lungo percorso. E richiede di prendere nuovamente sul serio parole come “riflessione”, “teoria”, “pensiero”.

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La falsa alternativa tra tecnocrazia e populismo

S’è parlato molto, nel 2012, di tecnocrazia e populismo. L’esperienza del governo tecnico guidato da Mario Monti suscita, com’è ovvio, diverse interpretazioni. C’è chi la valuta come un’esperienza fallimentare e disastrosa, contraria all’interesse dell’Italia, imposta da gruppi di interesse sovranazionali. C’è chi la reputa un male necessario, una fase di transizione opportuna per ristabilire il prestigio dell’Italia e per superare una situazione emergenziale. C’è infine chi la considera un laboratorio politico utile per mettere a punto qualcosa che avrebbe un valore anche per il futuro e anche al di fuori dell’Italia. Di questa interpretazione si è fatto portatore lo stesso Monti quando, nella conferenza di fine anno ha detto che “gli Stati Uniti stanno cercando di fare quello che l’Italia ha fatto nel 2012”.

Dietro a questa visione delle cose c’è l’idea che la democrazia “pura” sia un sistema inefficiente, che non riesce a prendere le decisioni necessarie al bene del paese e dunque che la democrazia vada “neutralizzata”“spoliticizzata”, sottraendo le scelte fondamentali alla discussione pubblica e spostando questa su questioni relativamente di dettaglio. Questa operazione diventa possibile sulla base dell’idea che vi sia un sapere oggettivo, che vi sia essenzialmente un solo modo di perseguire il bene del paese e che i “tecnici” siano coloro in grado di farlo meglio. E’ la tecnocrazia.

Lasciando stare la questione di come sia possibile selezionare questa aristocrazia che dovrebbe poi governare (il dubbio è che questo discorso mascheri semplicemente la volontà di certi gruppi di potere di affermarsi e legittimarsi) c’è un problema più fondamentale in questo discorso, ovvero la supposizione dell’esistenza di una verità condivisa, di un’unica analisi delle cose che si tratterebbe solo di applicare e far valere senza cedere al populismo.

Già, le pulsioni populiste. Se in apparenza queste rappresentano il nemico per la tecnocrazia, in realtà questa ha vitalmente bisogno di quelle. Da un lato è solo contrapponendosi ad un populismo rabbioso ed esacerbato, che la tecnocrazia può far risaltare al meglio il suo sapere compassato, la sua “affidabilità”. E tanto maggiore è il clamore della folla, tanto meno diventa possibile discutere le ricette del tecnocrate. La scelta diventa: o me o il caos. Ma c’è un’altra faccia della medaglia. La tecnocrazia non solo si contrappone al caos ma segretamente lo produce. Il “riformismo dall’alto” che il tecnocrate propugna è insensibile alla sofferenza sociale, rigetta il principio rappresentativo, il contatto con i sentimenti e i pensieri delle masse condannandolo come inaccettabile deviazione dal rigorismo delle sue politiche. E la popolazione, non trovando ascolto presso una politica tecnocratica separata da essa, esprime la sua rabbia come può.

Ci troviamo allora tra Scilla e Cariddi. Ma tanto la tecnocrazia quanto il populismo hanno una parte di ragione e una parte di torto. Il tecnocrate ha ragione nel far valere la complessità della realtà e l’impossibilità di compiere le scelte decisive della politica senza un sapere adeguato. Il populista ha ragione in quanto dà voce alle ragioni della popolazione inascoltata. Servirebbe allora un raccordo tra le due figure. Questo raccordo si chiama Politica e si chiama partito.

Naturalmente un partito profondamente rinnovato rispetto ai partiti che conosciamo oggi. Un partito che serva a gettare un ponte tra il Palazzo e le Masse. E se esistesse questo ponte il Palazzo smetterebbe di essere il Palazzo e le Masse smetterebbero di essere le Masse. Da un lato perchè il partito, aderendo a tutte le pieghe della società, permetterebbe alla politica nazionale di conoscere molto meglio la società.

il sapere astratto della tecnocrazia diventerebbe un sapere concreto, aderente alla vita e alla sua molteplicità. Dall’altro il partito permetterebbe ai cittadini che avvertono il bisogno della politica, che hanno esigenze, bisogni, volontà di impegnarsi, di imparare a declinare queste esigenze, questi bisogni, questa volontà, in una maniera compatibile con la complessità e con le condizioni della realtà.

D’altra parte però, di questa complessità e di queste condizioni non vi sarebbe più un’interpretazione unica, ma interpretazioni diverse, ugualmente articolate ma ispirate a differenti idee di società. E’ un processo difficile, ma è l’unico che, a lungo andare, permette alla democrazia di essere qualcosa di più di una parola vuota.

(pubblicato il 13/1/2013 su Termometro Politico)
http://www.termometropolitico.it/28889_la-falsa-alternativa-tra-tecnocrazia-e-populismo.html

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Marxisti tabacciani, comunisti reazionari e apparati: i significati di una nuova forma di satira

La satira dei Marxisti per Tabacci ha attirato una discreta attenzione nelle ultime settimane per l’oggettiva comicità dell’accostamento proposto, per il successo del tutto inaspettato che ha suscitato, per l’eco sui media e per l’apprezzamento che lo stesso Tabacci ha dimostrato per questa iniziativa.

Di recente Livio Ricciardelli, proprio sulle pagine del Termometro Politico (nell’articolo I marxisti per Tabacci. La mitizzazione tardiva dell’universo sovietico) ha svolto alcune riflessioni e lanciato degli spunti interessanti riguardo a questo fenomeno. Vorrei discuterne e svilupparne in particolare uno, arrivando però a conclusioni parzialmente diverse da quelle suggerite nell’articolo che ho citato.

L’idea suggerita da Ricciardelli è che il fatto che si faccia satira sull’universo simbolico sovietico e più in generale sulla storia del comunismo sia significativo di un probabile mutamento antropologico in corso nel “popolo della sinistra”. In passato non si sarebbe cioè probabilmente scherzato su questi temi, ci sarebbe stato un imbarazzo o una difficoltà a mettere in evidenza, sia pure ironicamente, figure, personaggi e stilemi propri della tradizione comunista e sovietica. Il fatto che ora invece venga fatto e susciti così tanto entusiasmo dev’essere indice di un qualche cambiamento nel modo di sentire.

Questa tesi è interessante e probabilmente veritiera anche per il fatto che la pagina “Marxisti per Tabacci” non è un caso isolato. C’è tutto un sottobosco di pagine Facebook che presentano, in una serie infinita di variazioni sul tema, in forme più o meno riuscite, tematiche affini. Esempi di satira sono il Partito Comunista Reazionario, un immaginario partito che coniuga nel suo Pantheon personaggi della tradizione comunista, ecclesiastici, reazionari contro il nemico comune del “nuovo”, L’Apparato, che rovescia ironicamente l’esecrazione che viene fatta nel discorso pubblico delle pesanti macchine burocratiche dei partiti e dello stato o altre pagine dai nomi eloquenti come Le avventure di baffone, Botteghe oscure e molte altre.

Oggetto del revival satirico non sono solo la storia del comunismo e dell’Unione Sovietica in particolare, ma anche miti e riti della prima Repubblica. Tutto questo ha probabilmente un significato preciso. Venendo a conclusione in questo periodo quella che è stata chiamata seconda Repubblica cadono tutti i principali tabù sui quali questa era stata costruita. Occhetto costruì la “svolta” che portò il PCI a diventare PDS su un’idea di alterità assoluta rispetto al passato, sull’idea che si potesse andare verso un mondo assolutamente “nuovo”. Questa idea fece sì che il passato venne semplicemente rimosso e non elaborato criticamente. Tutto l’insieme delle culture politiche della prima Repubblica (non solo i comunisti quindi, ma anche democristiani e socialisti) era oggetto di un’esecrazione generica: si trattava delle “ideologie del Novecento”, della “vecchia politica”. Tutti diventavano “liberali” dove la genericità del termine gli faceva perdere qualunque significato e riferimento ad una tradizione che aveva anch’essa avuto complessità, sviluppo, interecci e dialoghi con le altre grandi culture politiche.
Il risultato principale di ciò fu che la nuova generazione che nella seconda Repubblica crebbe e studiò aveva in genere solo un’idea molto approssimativa e deformata di quel passato. Del resto molti speravano che quella generazione avrebbe potuto andare oltre le vecchie contrapposizioni proprio per non averle conosciute, per essere nata e cresciuta in questo clima di oblio collettivo. I cosidetti “nativi del PD”.

Questo progetto (purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista) è evidentemente fallito. Questa crisi che ha condotto allo sfaldarsi dei cardini ideologici della seconda Repubblica ancora prima che dei poteri politici che ad essa appartenevano, ha portato con sé un tentativo di riappropriarsi del passato dimenticato. Questa riappropriazione è collettiva ma vede in prima fila proprio quei giovani che il vecchio sistema della seconda Repubblica metteva al centro del proprio discorso (ma solo del proprio discorso) in vari modi.

Perchè questa riappropriazione assume la forma della satira? Per varie ragioni. In primo luogo perchè il linguaggio della satira è stato uno dei principali linguaggi con cui negli ultimi vent’anni si è parlato di politica. In un processo (che ho provato a ricostruire in questo articolo) di progressiva “iperpoliticizzazione” e democratizzazione della satira il linguaggio satirico tende ad autodistruggersi e a farsi l’unico spazio all’interno del quale la verità può essere detta, seppur in forma paradossale. L’esperienza di Spinoza.it è stata significativa in questo senso. Agganciandosi a notizie reali, ricalcando la forma del lancio di agenzia, le battute di Spinoza.it spingevano a prendere atto dell’intrinseca assurdità e “falsità” del mondo dell’informazione, della politica mediatizzata, dell’infotainment.

Qui la satira svolge una funzione opposta. Non obbligando a prendere sul serio tutto ciò che si dice, aiuta l’opinione pubblica a riprendere familiarità con un passato che contiene indubbiamente atrocità ed errori drammatici, ma che non può nemmeno essere schiacciato (specie per l’esperienza del comunismo italiano) sulla piattezza semplicistica della condanna generalizzata. Scherzare su un linguaggio, su delle immagini per riprendere familiarità con esse, per potere in futuro discernere tra di esse con beneficio d’inventario.
In modo da potersi congedare da ciò che di quella storia deve essere congedato e invece trattenere ciò che può essere utile per una costruzione futura, per la creazione di quelle nuove ideologie politiche nuove di cui abbiamo un disperato bisogno.

Sì, perchè ciò che in fondo questo tipo di satira esprime, al di là di tutto, è un fortissimo bisogno di Politica. Bisogna cercare le forme attraverso le quali questo desiderio di partecipazione può essere incanalato ed espresso. Recuperare il rapporto con la storia e con il pensiero del passato è in fondo funzionale alla costruzione di una nuova politica oggi, una politica che non prescinda dai nuovi linguaggi e dai nuovi media, ma che se ne serva.

Per questo, è inutile dirlo, il linguaggio della satira e i social network non basteranno. Ma le esigenze si esprimono con i linguaggi che si sono imparati e all’interno del mondo come lo si conosce. Una volta diagnosticata questa esigenza si dovrà prima o poi, a livello collettivo, fare un passo avanti.

Per dirla con il buon vecchio Carlo Marx: i comunicatori, gli analisti politici, i comici e i gestori di pagine Facebook hanno solo diversamente interpretato il mondo, si tratta ora di cambiarlo.

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Bersani e i limiti del pragmatismo

Bersani_Reggio_EmiliaLa vittoria di Bersani è stata netta, ampia e riconosciuta anche da Renzi. Personalmente non posso che esserne contento. La strada indicata da Renzi mi sembrava fin dall’inizio un vicolo cieco, mentre la candidatura di Bersani mi pareva invece andare nella direzione giusta (come ho scritto anche su questo sito).

Ma se Bersani rappresenta un passo nella direzione giusta sulla strada del rinnovamento, non può e non vuole nemmeno esserne il punto di arrivo. Del resto il punto di forza della candidatura di Bersani è stata proprio l’insistenza sul valore del “noi”, sul carattere collettivo del lavoro politico che deve essere recuperato, sulla rivalutazione del ruolo dei partiti e dei corpi intermedi. Quel lavoro è appena iniziato e si trova ora sulla base migliore per essere portato avanti.

Nell’ottica di questa discussione, credo sia utile anche fare qualche riflessione critica su alcune delle idee di Bersani che sono emerse nel corso di questa campagna elettorale per le primarie.

In particolare, uno spunto interessante può essere l’intervista al segretario pubblicata da Claudio Cerasa su “Il Foglio”, dal titolo “Io, Monti, la sinistra e Renzi”. In quell’intervista Cerasa domandava a Bersani in che cosa non si sentisse più comunista. Si tratta di una domanda che al di là degli intenti di chi la poneva (che possono in parte far comprendere la risposta di Bersani) è di grande interesse. Perché siamo nell’ambito di una grande svolta storica nella quale i presupposti culturali e politici della cosiddetta Seconda Repubblica vengono messi in discussione ed è dunque utile ridiscutere anche i rapporti dei partiti e delle culture politiche attuali con le tradizioni della Prima Repubblica.

La risposta di Bersani è interessante perché esprime una caratteristica fondamentale della visione del mondo della generazione politica di cui il segretario fa parte, caratteristica che forse ha rappresentato una della principali debolezze del pensiero politico di tale generazione. Così risponde Bersani a Cerasa:

Non so come dire, ma per me il discorso è elementare e quando penso a una ragione per cui non mi sento più comunista penso a questo. Penso che per me essere di sinistra significa andare oltre il costruttivismo del Pci. Penso che per me essere di sinistra e non più comunista significa non avere un’ideologia al servizio di una visione. Penso che per me essere di sinistra e non più comunista significa che non esistono tracciati già costruiti e che non esistono idee che vengono prima delle realtà. Ecco. Per me non essere più comunista significa questo. Significa che la politica deve avere delle regole e delle idee non astratte e non teoriche ma aderenti alla realtà. Ci sono dei problemi e poi si agisce.

L’ideologia del pragmatismo fu una delle principali strategie con la quale la classe dirigente del PCI reagì di fronte allo stato di difficoltà e di disgregazione che la crisi dell’Unione Sovietica, la caduta del muro di Berlino e poi la Svolta (che, per le modalità con cui fu gestita da Occhetto gettò il partito nel caos) avevano indotto nei militanti e più in generale negli elettori di sinistra.
Quella transizione non fu vissuta semplicemente come un mutamento di scenario politico, ma come il crollo di un mondo. In questo processo traumatico, in questa crisi di coscienza collettiva, anche i tradizionali riferimenti ideologici (tra cui in primo piano c’era il pensiero di Gramsci) sembrarono perdere la loro validità. Invero già con il fallimento della strategia del compromesso storico, vanificata dalla tragica morte di Aldo Moro, il PCI aveva subito una prima battuta d’arresto dal punto di vista strategico. Ma l’impatto non fu paragonabile al trauma della Svolta. In quell’occasione non fu seguito il tradizionale adagio togliattiano del “rinnovamento nella continuità”, inseguendo invece l’idea di una palingenesi totale, anticipatrice dei tanti “nuovismi” che riemergeranno ciclicamente nel successivo ventennio.

L’idea della necessità di un salto in avanti, che si lasciasse alle spalle tutte le eredità del passato però lasciava il nuovo partito e i suoi esponenti privi di un’ideologia e di una visione del mondo, che non fosse, appunto, il mito del “nuovo”. Si determinò allora una scissione tra coloro che declinavano in forme via via mutevoli questo mito (gli aedi del partito liquido, delle primarie, della politica del web e via dicendo) e dall’altro lato i “pragmatici”, coloro che si dedicavano alla gestione e all’amministrazione dell’esistente.

Se la prima è una posizione velleitaria, anche la seconda è però insufficiente. In politica non esiste “la realtà” intesa come un dato immodificabile. La realtà sociale viene innanzitutto profondamente condizionata dalle idee e dalle concezioni delle persone. C’è certo un elemento di fondo irriducibile (e l’illusione di Berlusconi è stata credere che la rappresentazione potesse cancellare la realtà, che tutto dipendesse dalla “fiducia” e dall’ “ottimismo”, dove queste assumevano i caratteri di un’adesione fideistica e non di un impegno attivo per cambiare la realtà), ma negare l’importanza di un’ideologia (che è molto di più di una “narrazione”) nel permettere a una parte politica di diventare egemonica e di cambiare effettualmente la realtà sarebbe un gravissimo errore.

L’ideologia non è una falsificazione aprioristica della realtà. L’ideologia è l’orientamento dei dati in vista del fine che si vuole ottenere. Non interrogarsi sui fini ultimi della politica, non elaborare una propria ideologia significa semplicemente accettare di essere subalterni all’ideologia di qualcun’altro. Un esempio perfetto di ciò è la vicenda dell’Euro. L’ingresso dell’Euro fu considerato all’epoca come un bene in sé, il dibattito sulla sua architettura rimase confinato negli ambienti accademici e la politica assunse acriticamente ciò che era stato discusso dai “tecnici”. Ora, 15 anni dopo ci accorgiamo di come quell’architettura non fosse affatto “neutrale” e “tecnica” ma profondamente improntata da presupposti ideologici. L’Euro, al di là della devastante crisi che ancora oggi viviamo, è stato uno strumento per imporre moderazione salariale, contenimento della spesa pubblica (con conseguente compressione del welfare e della spesa sociale) e di conseguenza per limitare l’autonomia della politica a discapito della finanza. Tutto questo non fu visto proprio perchè si pensava che la politica dovesse ragionare sulla “realtà” e non sui presupposti, non sulla visione generale, non sulla totalità.

La realtà sociale non è un dato, la realtà sociale è fatta dagli uomini che agiscono in condizioni determinate ma che, entro certi limiti, sono liberi di agire se si organizzano collettivamente. I partiti sono lo strumento di quest’azione collettiva. Le ideologie sono le forme di comprensione collettiva che i partiti sviluppano al loro interno e che sono l’espressione del loro punto di vista, punto di vista che parte da interessi determinati ma che, a partire da essi, ambisce a formulare una visione generale della realtà.

Di queste ideologie abbiamo un disperato bisogno, proprio per liberarci dal disperante stato di subalternità culturale nel quale la sinistra è sprofondata negli ultimi vent’anni. Naturalmente la soluzione non può essere un ritorno al passato. Occorre comprendere i mutamenti che sono avvenuti nel frattempo, ma farlo a partire da una revisione delle stesse categorie concettuali che abbiamo adoperato per molto tempo, una critica dei linguaggi, delle forme e delle parole che la sinistra ha utilizzato. Serve una nuova lettura della storia del Novecento.

Servono nuove ideologie non per fuggire dalla realtà o per deformarla ma proprio per agire efficacemente in essa.

(pubblicato il 4/12/2012 su Il Mercurio)
http://www.ilmercurio.it/2012/12/bersani-e-i-limiti-del-pragmatismo/

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Il grande oblio

 

 

 

Non c’è niente di più pericoloso del senso comune, di tutte quelle convinzioni, cioè, che sono accettate più o meno senza discussione, in quanto considerate “ovvie”, o comunque parte di un’analisi della realtà condivisa dalle persone ragionevoli. Si tratta di elementi che possono far parte di quel complesso insieme di fattori che Antonio Gramsci chiamava egemonia.

Per la generazione cresciuta negli anni Novanta e Duemila faceva parte del senso comune politico un discorso che suonava più o meno così:

“Con il muro di Berlino non crollarono solo le divisioni del mondo ma anche le ideologie, le grandi narrazioni, le utopie che, con la pretesa di cambiare il mondo si erano rovesciati in incubi autoritari. Con il venir meno di queste idee, forse belle e generose ma velleitarie, si aprì finalmente la possibilità per una politica più pragmatica, attenta alla concretezza della vita della gente, semplice nel linguaggio e ragionevole nelle proposte. In particolare nel nostro paese si crearono finalmente le condizioni per quella rivoluzione liberale che non l’Italia non aveva mai avuto, prigioniera com’era delle ideologie cattolica e marxista, che, fornendo un alibi a resistenze corporative e a modi di rivendicazione arcaici, costituirono un grave freno per la modernizzazione del nostro paese.”

Potevano cambiare delle sfumature, degli accenti posti diversamente a seconda delle forze politiche, ma la sostanza dell’analisi rimaneva uguale. Le recriminazioni vertevano sull’effettiva capacità di realizzare le “riforme”. Quale fosse la natura delle riforme che andavano realizzate, però, era dato per scontato.

Quello che colpisce di più di questo processo è che esso si fondava su un colossale meccanismo di oblio collettivo della storia, che operava attraverso una serie di dispositivi retorici. Il primo è all’opera nel testo immaginario sopra riportato: la posizione di una netta cesura tra “il Novecento” (concepito come secolo breve, finito con l’Unione Sovietica) e quanto era venuto dopo. Bisognava superare le ideologie del Novecento, le divisioni del Novecento, le lotte del Novecento. Il Novecento diventava una vecchia foto d’archivio in bianco e nero dove campeggiavano guerre, manifestazioni, scioperi, mentre il mondo nuovo era colorato, veloce, dinamico, senza frontiere.
Chiaramente è vero che il mondo cambiò enormemente con la fine della contrapposizione tra i due blocchi. Ma stava già cambiando prima. La grande transizione avvenne negli anni Settanta e si compì negli anni Ottanta. La fine della guerra fredda non fu altro che l’effetto, l’epifenomeno di processi storici più profondi, che venivano da lontano.
Ma proprio quella falsa cesura, quella cesura estetica, fondata su immagini (una su tutte: il muro di Berlino che cade) era l’ostacolo più grande opposto ad una vera comprensione delle forze in campo. La rappresentazione sostituiva la comprensione e la impediva.

La stessa cosa avvenne, in piccolo, in Italia. Anche qui si costruì una grande contrapposizione retorica. Da un lato la prima repubblica, ridotta unicamente a un regime partitocratico corrotto e parassitario, con i suoi riti vuoti e le sue parole incomprensibili, depurata da tutta l’incredibile complessità di una storia straordinariamente ricca, carica di tensioni ma anche di ideali e di speranze. Dall’altro il nuovo. Un nuovo assolutamente privo di contenuto, per la semplice ragione che ogni rinnovamento storico nasce da un rapporto complesso con il passato, di critica di determinati aspetti e di continuazione di altri. Se si persegue una rottura assoluta con il passato è chiaro che la novità non può essere che il vuoto.
E fare il vuoto fu esattamente il risultato del clima culturale che circondò Mani Pulite, un grande rito collettivo ispirato al cupio dissolvi. Sia chiaro, alla base di Tangentopoli stavano fatti assolutamente reali e non più sostenibili e l’inchiesta giudiziaria fu sacrosanta. Ma si trattava di fatti che avevano una precisa ragione storica nella situazione internazionale che era da poco venuta meno. A tali fatti andava data una soluzione politica. Ma sia per l’incapacità della classe politica dell’epoca di capire per tempo che bisognava essere all’altezza della radicalità delle sfide dell’epoca, sia sopratutto per il clima culturale generale, che venne esacerbato dai media, alla volontà di capire e di discernere, ad un difficile giudizio storico si preferì una condanna sommaria e indiscriminata pressochè dell’intera classe politica.
L’altro cardine della svolta che diede origine alla seconda repubblica fu la legge elettorale. Anche qui non si vuole contestare che potesse essere eventualmente necessario riformare questo aspetto. Il punto è che essa si trasformò in un mito. Si riposero speranze di una palingenesi della classe politica e di un magico ritorno di governabilità ed efficienza del sistema politico in un semplice cambiamento procedurale, una riforma tecnica non accompagnata da un rinnovamento delle culture politiche. Conformemente alla visione che concepiva la politica di partito come corruzione consociativa, qualunque forma di accordo e compromesso tra partiti diversi fu vista con sospetto come ciò che verrà poi definito inciucio. Non solo la legge elettorale ma anche tutto il discorso pubblico mirava a far sì che le coalizioni fossero concepite come blocchi rigidi e immodificabili.
Infine fu lo stesso lessico della politica a essere bandito. Le parole, i discorsi che servivano a una forza politica per definire la propria identità, per comunicare i propri programmi, per declinare un’idea di società furono banditi come tecnicismi incomprensibili e lontani dai problemi della gente.
Ancora una volta, di quel linguaggio si era effettivamente abusato, spesso lo si era svuotato di significato. Ma togliere alla politica la sua storia, la sua possibilità di mediazione e di accordo e il suo linguaggio significa privarla della sua essenza, dei suoi strumenti, condannarla ad un’esistenza pallida e illusoria.
Non a caso, contemporaneamente, anche gli strumenti di intervento economico vennero sottratti alla politica. Certo, di quegli strumenti era stato fatto un uso distorto, ma anche in questo campo si affermò una logica che anche in seguito ebbe molta fortuna, ovvero che ciò che non funziona non va migliorato e riformato, ma tagliato e abolito. Vennero dunque le privatizzazioni a prezzi di saldo. E venne un processo di unificazione monetaria ispirato a principi che non solo sottraevano la politica monetaria al controllo politico, ma che, non realizzando alcun tipo di unione fiscale tra paesi ed essendo dunque costretto a vietare ogni finanziamento della Banca Centrale agli Stati per evitare i rischi di azzardo morale, subordinava di fatto totalmente la politica economica al controllo dei mercati.

Tutto ciò va letto come un insieme coerente di eventi. La sfiducia nella politica che è poi sorta nasce dall’impotenza della stessa che il combinato disposto di queste scelte ha determinato.
D’altra parte, però, a questi cambiamenti, in parte illusori e in parte drammaticamente reali, non corrispose alcuna vera riforma istituzionale. E’ risaputo che, dal punto di vista costituzionale non vi è alcuna cesura tra prima e seconda repubblica. Non è un caso. Le fragilissime basi che abbiamo descritto, sulle quali fu costruita la svolta dalla prima alla seconda repubblica, erano quasi totalmente effetti scenografici, quinte fumogene che non potevano concretizzarsi in qualcosa di reale perché non si fondavano su una solida teoria che fosse in grado di comprendere i nodi effettivi della realtà contemporanea. Della realtà contemporanea, della sua analisi si parlava molto poco. La spettacolarizzazione della politica va compresa in questo quadro, come una vistosa apparenza allestita per nascondere il nulla sostanziale in cui risolveva la presunta seconda repubblica.
Dall’altro lato i processi reali, la mediazione politica che comunque in un certo modo doveva pur avvenire, continuava a svolgersi per inerzia, secondo vecchie logiche, costituendo le vergognose pubenda che il sistema nuovo doveva nascondere perché il suo linguaggio pubblico le condannava. L’impossibilità della politica e della mediazione di avvenire alla luce del sole ne produceva una versione deformata nella forma della faccenderia e della cricca, situantesi vicino al confine con l’illegalità. Da questo la perpetua minaccia di inchieste giudiziarie che, attraverso un corto circuito perverso con certa stampa e con determinati centri di interesse costituiva una perpetua spada di Damocle e probabilmente anche un elemento di ricatto e condizionamento.
Si innescava così una coazione a ripetere per la quale, se da un lato tutto ciò che poteva ricordare la prima Repubblica era oggetto di pubblica esecrazione, dall’altro continuava ad esistere non nella sua forma reale, ma proprio nella versione caricaturale propria del discorso pubblico. Quello che gli anni di Mani Pulite avevano distrutto (certo non per intenzione diretta ma per una beffarda eterogenesi dei fini) non era il malaffare e la corruzione, che anzi prosperava più fiorente che mai (e ora per interesse individuale e non per il Partito), ma la dignità della politica e il senso della propria missione che questa aveva avuto. E’ per questo che le nuove inchieste che in sequenza infinita si aprivano non facevano altro che moltiplicare senza fine il mito fondatore di quell’epoca, alla ricerca di un’impossibile purificazione per via giudiziaria, con quel furore nichilista di cui Marco Travaglio è stato l’interprete par excellence. A questi personaggi è sempre sfuggito che il primo passo per ridimensionare questi fenomeni è proprio smettere di trattare la politica in generale come una materia criminale, come una cosa sporca e meschina e restituirle un senso, una grande missione, rincominciare a considerarla, secondo una splendida espressione di Francesco Cossiga, come “il sacerdozio del Tempo e della Storia”. La politica o è grande o non è. O ha che fare con la Storia o si riduce a piccola amministrazione nel migliore dei casi e a corruttela e faccenderia nel peggiore. E per essere grande la politica non può non esistere in un legame profondo con una visione del mondo, con un’idea comprensiva della realtà, che si vuole attuare. Poi certo, la mediazione è l’elemento della politica e il realismo è un suo attributo necessario, la sua virtù. Ma la mediazione in cui entrano in gioco puri interessi non è propria della politica, ma, al contrario, è il segno della sottomissione della politica all’economia. Riscoprire un’antropologia complessa, per la quale l’uomo non è meramente un agente economico ma un essere che si pone il problema del senso del mondo dove vive e vuole costruirlo e modificarlo secondo le proprie idee è il primo passo per un recupero del significato della politica.

Riallacciare i fili della storia, riscoprire il passato dimenticato è la prima cosa che la nuova generazione deve fare per non annaspare più affannosamente nel vuoto di dibattiti fittizi, ma per porre le basi per una nuova rinascita italiana.
Come già detto, questo recuperò di idealità non è in contraddizione con un robusto realismo. Viviamo in tempi eccezionali, nei quali le vecchie coordinate si sono perse e le nuove ancora non si intravedono. La familiarità con la categoria dell’eccezione di noi italiani dovrebbe paradossalmente farci sentire a casa in questo nuovo tempo caotico.
Sarebbe allora meglio abbandonare i vuoti sogni di una rivoluzione liberale estranea alla nostra storia e alla nostra cultura, un’araba fenice sempre auspicata e decantata e mai realizzata e riannodare i fili con una realtà e con una tradizione certo complessa, piena di contraddizioni e complessità ma anche infinitamente più ricca e affascinante di quanto voglia la vulgata. Contro i molti che “si sono immaginate Repubbliche e Principati, che non si sono mai visti nè cognosciuti essere in vero” sarebbe allora, come consigliava un grande italiano “più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa”.
Ma questo è tutto il contrario di un compromesso al ribasso. Prendere sul serio questo compito significa ricostruire un vero sistema dei partiti, un rapporto tra politica e cultura, riprendere un’elaborazione sulla complessa identità nazionale italiana. E ancora prima, sottrarre tutte queste espressioni al logoramento e allo slittamento di significato a cui sono andate incontro. Sostituire la politica alla faccenderia. Rendere i partiti delle forme di aggregazione popolare e partecipazione democratica invece che cricche e aggregatori di élites. Sottrarre la cultura al suo isolamento antiquario e autoreferenziale. Recuperare delle strutture attraverso cui l’elaborazione intellettuale diventi qualcosa di più che materiale per congressi e ritorni ad essere strumento di formazione.

Tutto questo è necessario per recuperare gli elementi che rendevano possibile il fragile equilibrio su cui si reggeva l’ “eccezione italiana”, venuti meno i quali i processi degenerativi ai quali abbiamo assistito sono stati inevitabili.
L’idea di voler diventare un “paese normale” non ci ha portato ad anni di grande fioritura e splendore. Non sarebbe allora meglio accettare la nostra storia e la nostra particolarità, declinandole creativamente per immaginare un futuro per l’Italia?

(pubblicato il 20/10/2012 su Il Mercurio)
http://www.ilmercurio.it/2012/10/il-grande-oblio/

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Perchè i partiti non funzionano?

Partiamo dalle basi. Che cos’è un partito politico? E’ un’organizzazione collettiva che raccoglie molte persone per realizzare un’unità d’azione, ovvero per agire all’interno della società come un soggetto unico, realizzando scopi che per il singolo sarebbero irraggiungibili. Ciò che distingue un partito che funziona con metodo democratico da un partito verticistico, sta nel fatto che almeno i fini dell’azione politica dovrebbero essere stabiliti attraverso la discussione interna al partito. Le molte persone che liberamente decidono di entrare nel partito (gli iscrittidovrebbero, secondo dei metodi stabiliti, determinare la linea politica del partito stesso.
movimenti spontaneisti pretendono che la discussione non abbia in linea di principio mai termine, che chiunque possa sollevarla e che solo attraverso l’unanimità possano essere prese decisioni, che non debbano esserci ruoli definiti. Questo tipo di organizzazione, alla prova dei fatti, va incontro a difficoltà insormontabili. In primo luogo le assemblee tendono ad essere in preda alla volubilità e all’emotività, e sono dunque facilmente manipolabili dal demagogo o dall’oratore di turno. In secondo luogo con un’organizzazione di questo tipo è difficile dare continuità all’azione politica, che rimane impigliata in continue discussioni, e nella rimessa in questione dei ruoli dei rappresentanti del movimento, che non hanno una legittimazione stabile ma devono continuamente richiederla nuovamente all’assemblea e ai suoi umori.

Il partito politico deve dunque rispondere a due necessità: da un lato assicurare che laformazione della linea politica avvenga attraverso la più ampia e partecipata discussione, dall’altro che, una volta decisa, la linea politica possa venire applicata con decisione e perseveranza dall’intero corpo del partito. E’ dunque necessario che i due momenti(discussione e attuazionevengano separati. Sia chiaro, la discussione può e deve continuare in permanenza, sopratutto a livello culturale e come interpretazione continua dei nuovi fenomeni in atto, ma questa non deve essere tale da mettere in poter discussione in ogni momento la linea politica fondamentale.

I partiti tradizionali circoscrivevano al momento del congresso la ridiscussione della linea politica, alla quale era associata l’elezione degli organismi dirigenti. Questo punto (il legame tra proposta politica e personaggi che se ne fanno portatori) è fondamentale ed è qualcosa che è tendenzialmente andato perso negli ultimi decenni, quando ci si è focalizzati unicamente sulla questione della leadership, relegando in secondo piano i contenuti e le proposte politiche. Una volta chiuso il congresso, almeno in linea di principio, la linea decisa avrebbe dovuto essere portata avanti dalla totalità del partito, garantendo così quell’unità d’azione che era il fine per il quale il partito era nato.

L’esistenza delle correnti potenzialmente mina questo meccanismo, in quanto rende permanente la discussione politica e rende virtualmente onnipresente un conflitto per la conquista del controllo del partito, che può minare l’efficacia dell’azione del partito all’interno del paese. Tuttavia la presenza delle correnti può essere gestita da un partito strutturato, attribuendo ad esse spazi limitati in cui possano esprimersi. E’ quando invece un partito è debole che le correnti acquisiscono forza e lo spingono verso il caos interno.

Questa è all’incirca la situazione dei partiti attuali, e in particolare dell’unico partito che meriti ancora di essere considerato tale, ovvero il Partito Democratico. Le strutture di partito spesso, lungi dall’essere unità specializzate nell’affrontare determinati temi per il bene del partito nel suo intero, tendono ad essere terreno di scontro tra fazioni e cordate interne al partito. Lo stesso “apparato” del partito, che dovrebbe in linea di principio svolgere una funzione tecnica, per favorire l’attuazione della linea politica decisa, essendo dunque in linea di principio quanto più possibile depoliticizzato, scende in campo direttamente nello scontro politico, rendendo il partito nel suo complesso molto spesso incapace di agire.

Per superare questa situazione sarebbe bene recuperare più nettamente la divisione accennata, ridurre il protagonismo dei singoli personaggi e sopratutto riscoprire un forte elemento di elaborazione culturale interna al partito, in modo che questo non sia più semplicemente un aggregatore di interessi, un’agenzia elettorale o un legittimatore di élite provenienti dalla “società civile”, ma il portatore di una vera e propria visione del mondo, di una visione della società e del suo cambiamento possibile. Questo sarebbe il punto di partenza per riuscire nuovamente a coinvolgere larghi strati di società, comunicando maggiormente il valore della politica a chi fosse potenzialmente desideroso di impegnarsi in essa. Il recupero di una struttura definita e capillare sarebbe consustanziale a questo processo, permettendo così ai partiti di recuperare quel legame con la società che da quando si va propagandando il “partito liquido” è stato largamente perso. La partecipazione diffusa permetterebbe di ricreare una discussione vera e non autoreferenziale e anche di recuperare la funzione del partito come strumento di selezione di classi dirigenti, non più provenienti da canali elitari, ma attraverso un reale radicamento popolare. In questo quadro anche i nuovi mezzi di aggregazione, come Internet e anche le strategie di “marketing”, potrebbero giocare un ruolo importante, ma non certo come sostituzione di forme più strutturate e continuative di militanza e partecipazione.

A questo fine sarebbe necessaria una divisione netta tra “militanti” e “simpatizzanti”, dove i primi contribuiscono alla formazione della linea politica e i secondi vengono coinvolti in un secondo momento (naturalmente con la possibilità per i secondi di impegnarsi nel partito). La necessità di questa divisione nasce dalla complessità della società: mentre il partito deve porsi l’obiettivo, per quanto possibile, di “formare” i militanti e di aiutarli a comprendere le problematiche in campo, per quanto riguarda i simpatizzanti questo non è chiaramente possibile fino in fondo e quindi è sufficiente limitarsi a forme di mobilitazione più generiche intorno ad alcuni temi fondamentali e slogan.

D’altra parte il partito dovrebbe rinnovare la sua organizzazione, cercando forme anche più “efficienti”, una volta che l’obiettivo sia stato chiarito per via politica. La formazione dei quadridovrebbe essere oggetto di un’attenzione rinnovata. Anche la presenza di “scuole di partito”dovrebbe essere recuperata e oggetto di un’attenzione maggiore. Queste scuole non dovrebbero essere autoreferenziali ma a stretto contatto con la riflessione degli intellettuali vicini al partito e con la discussione politica.

Va insomma sfatato l’equivoco che un partito più “leggero” sia maggiormente utile alle esigenze del mondo contemporaneo. E’ invece la strutturazione del partito che gli permette di adempiere ai compiti posti da una società complessa. Non si vede del resto per quale motivo una grande azienda dovrebbe avere tale strutturazione e un partito invece no. Il compito del partito è persino più complesso, in quanto, mentre l’azienda deve solo affermare se stessa, il partito deve avere un punto di vista sull’intera società e un’idea di interesse generale.

Va da sè quindi come il problema dei “costi della politica” sia del tutto fuorviante e mal posto. Il problema non sono i “saldi” di spesa, quanto la loro allocazione. E’ evidente che ripugna ad ogni cittadino lo spreco dei soldi pubblici. Ma se i soldi vengono sprecati, questo avviene principalmente perché l’organizzazione dei partiti non consente loro di adempiere ai reali compiti che dovrebbero svolgere nella società.

(pubblicato il 5/10/2012 su Termometro Politico)
http://www.termometropolitico.it/23587_perche-i-partiti-non-funzionano.html

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Nello scontro tra istituzionalismo e giustizialismo perde la sinistra

La vicenda del conflitto di attribuzione sollevato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del caso delle intercettazioni telefoniche di Nicola Mancino e del presidente stesso in relazione all’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-Mafia ha fatto deflagare un conflitto politico già da tempo presente.

Si sono formati due grandi schieramenti: uno a difesa delle istituzioni e delle prerogative del presidente della Repubblica e l’altro fortemente critico nei suoi confronti. Sul primo versante si sono collocati il PD, SEL, mentre sul secondo il Movimento 5 Stelle di Grillo e l’IDV. Anche sul fronte giornalistico vi è stata una significativa contrapposizione, con Repubblica spaccata tra le posizioni di Eugenio Scalfari ed Ezio Mauro da un lato e di Gustavo Zagrebelskij dall’altro, schierato al fianco del Fatto Quotidiano.

La vicenda presenta una grande complessità, per la quantità di nodi che convergono in essa. Qui però vorrei concentrarmi sopratutto sull’aspetto politico -ambivalente- della vicenda.

Da un lato è senza dubbio positivo, come sostiene anche Peppino Caldarola sulle pagine di Linkiesta, che venga in chiaro e alla luce un grande equivoco di questi anni, che hanno visto un matrimonio politico e un’identificazione pressochè totale tra ciò che chiamiamo “sinistra” e determinate posizioni giustizialiste. A parere di chi scrive le posizioni sostenute dal Fatto di Travaglio (che peraltro ha sempre dichiarato di essere di destra) con la sinistra hanno pochissimo a che fare. La critica al giustizialismo da sinistra non va chiaramente confusa con l’avversione di destra per la magistratura. Se è giusto stigmatizzare determinati eccessi di protagonismo che alcuni magistrati possono avere avuto in passato e il collegamento perverso tra magistratura e stampa, instauratisi nella stagione di Tangentopoli e che ha operato in maniera estremamente dannosa per tutta la seconda Repubblica, questo non deve sconfinare nell’idea che la magistratura debba essere subordinata al potere politico. Il punto è criticare la magistratura quando essa pretende di assumere, con dichiarazioni proprie o a mezzo di organi di stampa vicini o simpatizzanti, un ruolo direttamente politico, occupando un campo che non le spetta. Se l’autonomia della magistratura è sacrosanta, altrettanto dev’essere recuperata e restaurata un’autonomia della politica dalla magistratura che negli ultimi due decenni è spesso stata lesa.

Detto questo, c’è una questione più propriamente politica, un effetto indesiderato che questo dibattito potrebbe portare, giudicabile in maniera molto negativa da chi ha una certa idea della sinistra e ne ha a cuore le sorti.

Il rischio è che si confonda il discorso su una certa cultura istituzionale e sul rispetto per i principi dello stato di diritto con la valutazione politica dell’operato di Napolitano e del governo Monti da esso così fortemente sostenuto.

Sul secondo punto le linee di confine divergono rispetto a quelle relative al primo e una forte contrapposizione potrebbe portare a un appiattimento del dibattito estremamente dannoso.

Esiste infatti una parte importante del Partito Democratico, sia tra la base che tra i dirigenti che valuta con diverse cautele e perplessità l’esperienza del governo Monti. La discussione non è se la formazione del governo Monti dopo la caduta di Berlusconi fosse necessaria o opportuna. Su questo c’è accordo. La discussione è sull’opportunità che il prossimo governo, qualora questo si incentrerà sul Partito Democratico, si ponga in esplicita continuità con le politiche del governo Monti, o non piuttosto circoscriva l’operato di quest’ultimo in una logica emergenziale valutando invece con riserva la sua impostazione generale e la sua filosofia economica. Questa area della sinistra critica la lettura della crisi tedesca, fatta in larga parte propria (pur con correttivi e progressive attenuazioni) dal governo Monti, come inadeguata a comprendere gli eventi e ispiratrice di politiche economiche che, tenuto conto della congiuntura in cui sono effettuate e del fatto che sono promosse in più paesi contemporaneamente, possono essere persino dannose. Si tratta di un punto di vista che gode del sostegno di autorevoli economisti a livello internazionale e che trova una corrispondenza, seppure parziale e non unanime, anche nelle idee di altri partiti di sinistra europei. Si tratta dunque di una posizione politica che va discussa con la massima serietà e senza che se ne diano raffigurazioni caricaturali. Anche Vendola si ritrova in una prospettiva affine e sono queste le idee messe al centro dell’accordo politico tra il PD e SEL.

Ora, il tema della critica al governo Monti, pur con accenti diversi, trova consensi anche all’interno dell’area che fa riferimento all’IDV e nel bacino dei lettori del Fatto Quotidiano (non a caso Luca Telese ha rotto col direttore del giornale, accusato di una deriva filogrillina, fondando la nuova testata Pubblico, che mette al centro proprio queste tematiche). Ora, se nei confronti del Movimento 5 Stelle può essere condivisibile un tono di critica dura, anche con i toni usati da Bersani, in quanto i temi agitati da Grillo sono pericolosi e demagogici ed è difficile darne un giudizio anche vagamente positivo (pulsioni antidemocratiche, xenofobia ecc.) nei confronti dell’area che insise sui temi della legalità sarebbe bene mantenere un dialogo.

Se è vero, come è vero, che per anni la sinistra e i giornali come Repubblica hanno cavalcato certi sentimenti populisti, non si può cambiare il sentire degli elettori dall’oggi al domani con un “Contrordine compagni!”.

Se è dunque perfettamente comprensibile che gli esponenti del PD e la parte di Repubblica più vicini a una linea filomontiana cerchino di mettere assieme questione istituzionale e questione politica, è invece interesse di una sinistra (che, come tale, non si identifica tout-court in nessun partito) che ha a cuore al massimo grado i temi sociali e pensa che la possibilità di affrontare questi temi sociali sia legata in modo decisivo all’impostazione con cui si affronterà la crisi dell’euro, di separare con attenzione le due questioni impedendo che si crei la falsa opposizione di un centro(-sinistra) del tutto appiattito sulle posizioni del governo tecnico e di una presunta sinistra ribellista e giustizialista che, assieme alle politiche economiche del governo, critica l’intero assetto dello stato di diritto, visto come irrimedialmente corrotto, asservito al regime partitocratico e legato a doppio filo alla criminalità organizzata.

Questo esito, radicalizzando le rispettive posizioni, creando un moderatismo di governo e un fronte di generica rivolta (che potrebbe non fermarsi nelle piazze e nei social network ma passare poi ad altri mezzi), che a sua volta giustificherebbe e legittimerebbe un appiattimento sulle posizioni politiche dei partiti “istituzionali”, sarebbe oggettivamente di destra e reazionario nel senso peggiore, chiudendo la grande possibilità storica di una sinistra di governo che, agendo nel momento della crisi e del cambiamento, possa chiudere per davvero la seconda Repubblica e porre le condizioni per una lunga stagione di crescita economica ed equità sociale.

(pubblicato il 30/8/2012 sul mio blog su Linkiesta.it)

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